Esempi di scrittura “Raccontare i luoghi”- estratto dal romanzo di Marco Pontoni, Tra noi uomini, Nutrimenti, 2023

(…) João passò a prendermi all’alba, con una sola ora di ritardo.

Lo avevo aspettato nell’atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. Il cameraman lo avevo salutato la sera prima, lasciandogli le ultime cose da sbrigare e le indicazioni su come arrangiarsi. A un certo punto avevo provato a uscire in strada, proprio mentre il sole sorgeva all’orizzonte e si iniziavano a distinguere le nuvole, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell’ingresso del resort ed ero tornato dentro.

“Una gomma bucata”, si giustificò João, appena sceso dalla jeep.

“Va bene. Speriamo di non bucarne un’altra”. Gli passai la valigia e la borsa dove tenevo le macchine fotografiche e i taccuini, e poi partimmo, lasciando il grande fiume sulla nostra sinistra. Ci aspettavano quattro ore di strada fino alla città più vicina, dove avrei preso un piccolo aereo per la capitale, da dove potevo proseguire per l’Italia. La campagna si stava risvegliando. I luoghi che avevo filmato nei giorni precedenti riprendevano vita.

Le donne accendevano fuochi nei focolari che dominavano i cortili terrosi, gli uomini si avviavano nell’umidità mattutina verso qualche destinazione a me ignota, a piedi o in bicicletta. Fra poco sarebbero comparse le ragazze e i ragazzi con la divisa della scuola, azzurra per i maschi, bianca per le femmine.

Passammo davanti alla casa dei cooperanti italiani, in muratura, con il pozzo all’esterno, dove venivano ad attingere l’acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt’attorno – l’altro giorno ci erano venuti a chiamare per farci vedere l’ippopotamo che giocava in mezzo al fiume. Poi attraversammo la boscaglia dove, a quanto si diceva, viveva rintanato un misterioso irlandese venuto lì anni prima a impiantare una segheria – per qualcuno era un ex agente dei servizi segreti britannici caduto in disgrazia, per qualcun altro un ex terrorista.

Più avanti ancora, dopo un centinaio di chilometri, ecco l’ingresso del Ngorongosa, una vasta fetta di territorio che i portoghesi, durante il periodo coloniale, avevano classificato riserva naturale.

Ci fermammo a fare colazione. Il paesaggio qui si vivacizzava, la terra s’impennava in un grande massiccio montuoso, come se fosse gravida. Era il regno dei leoni e, fino a qualche anno prima, delle varie milizie che avevano eletto il parco a dimora durante la guerra civile, quando avevano fatto strage della fauna selvatica per sfamarsi.

Di tutto questo avrei scritto ad Andrea, forse anche da uno degli aeroporti dove avrei sostato nelle prossime ore. E a nessun altro?

C’era un viso che faceva la sua comparsa ogni tanto, la notte, dietro la cortina della zanzariera, in quella dimensione sospesa fra il sonno e la veglia. Un viso rotondo, pesantemente truccato. Un viso che talvolta ricordavo nei minimi dettagli e talvolta sfocava, cosicché i suoi connotati si perdevano, confondendosi con quelli di altre facce, di persone reali o di attrici o cantanti. Allora pensavo che niente sarebbe mai cambiato – avrei sempre percepito quello che Antonio e Olga mi avevano tenuto nascosto come un’offesa.

Mi giravo su un fianco, accendevo la luce e mi mettevo a leggere, aspettando che il sonno ritornasse.

João aveva un figlio nella città in cui eravamo diretti, Oliver: sarebbe passato a trovarlo dopo avermi lasciato all’aeroporto. A un certo punto, senza smettere di guidare, tirò fuori dal portafoglio una sua foto. Rimasi interdetto. L’immagine era eloquente. Soffriva di un male di cui soffrono molti bambini, in Africa, idrocefalo, accumulo di liquido cerebrale nel cranio. Un problema facilmente risolvibile, mi avevano spiegato dei medici italiani: sarebbe bastato impiantare un catetere per drenare il liquido dalla testa alla vescica, ma da quelle parti era un intervento spesso insormontabile. Il volto di João, però, era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla meta. E provai invidia per lui. Io non avevo alcuna fretta di rientrare. Non c’era nessun bambino ad aspettarmi. “Bellissimo”, dissi. “Tuo figlio è bellissimo”.

“È il primo”, sorrise lui, tenendo lo sguardo sulla strada. Vista la giovane età, non avevo dubbi che ne avrebbe fatti molti altri, in Africa avere una famiglia numerosa è una ricchezza, essere soli è la vera povertà.

All’aeroporto provai a insistere per offrirgli almeno un caffè. Eravamo in anticipo, anche se eravamo partiti in ritardo. João respinse gentilmente l’invito. Così, dopo aver scaricato i bagagli, ripartì per raggiungere Oliver e mi lasciò con i miei pensieri, sulla terrazza affacciata sulla pista d’asfalto.

L’amore era questo, forse, ed ecco una sua manifestazione: una bruciante impazienza. L’amore per il proprio figlio. L’assunzione di responsabilità che ne deriva. Ma anche l’amore per la propria madre, o padre. Per il proprio marito, o la propria moglie. Pensai all’Argentina, al Brasile, ai nostri emigrati, e mi chiesi come facessero, quando non c’erano nient’altro che lettere a unire cuori o famiglie divise dagli oceani. Forse allora ‘amore’ significava qualcosa di differente.

Un volo pieno di vuoti d’aria, con la costa dell’Africa orientale diecimila metri sotto di noi, gli arabeschi di sabbia delle secche, in prossimità delle foci dei fiumi. Un aereo zeppo di notabili locali in completo scuro che bevevano Johnnie Walker Black Label, e di cooperanti con gli avambracci scottati dal sole. Atterraggio brusco nella capitale.

L’ambasciata italiana era quasi vuota. Solo un carabiniere all’ingresso e Carla, una consulente economica conosciuta in un’altra missione. Prese subito ad aggiornarmi sui progressi delle concessioni petrolifere, anche se al momento me ne importava poco delle concessioni, delle corruzioni, della concorrenza straniera.

Lei però era sempre stata gentile con me. “Quando hai il volo?”.

“Alle ventidue”.

“Quindi stanotte non ti fermi?”.

Scrollai la testa, sorridendo.

“Hai fretta di tornare a casa”.

“In effetti, sì”, mentii. “E tu quando torni in Italia?”.

“Oh, io… a Natale, forse”.

“Ma mancano quattro mesi!”.

Le chiesi se potevo lasciare i bagagli in ambasciata, sarei venuto a riprenderli prima di andare all’aeroporto. Le chiesi anche se poteva chiamarmi un tassista di fiducia. Volevo tenerlo con me per un paio d’ore, a un prezzo accettabile.

Quando arrivò gli spiegai il programma. Lui non contrattò nemmeno. Chinò il capo con finta deferenza – si capiva benissimo che non era affatto intimidito – e mi invitò a salire a bordo con un largo sorriso. Girammo attorno al vecchio forte, che conservava le spoglie del ‘leone di Gaza’, il condottiero zulu che aveva conquistato, e governato, quella parte della costa fino all’arrivo degli europei. Superammo il mercato, con la grande scritta dipinta sul muro esterno, A luta continua, che risaliva ai tempi della decolonizzazione. Poi ci arrampicammo nella parte alta della città.

Noah mi aspettava al tavolino dove l’avevo intervistato una settimana prima. Trovandoselo davanti, il mio cameraman si era stupito. Si aspettava una donna nera, non un uomo bianco.

Eppure Noah era nato e cresciuto lì, in una famiglia di coloni della prima ora che avevano lottato per piegare quella terra alle loro esigenze, decidendo di rimanere quando il potere era passato dai bianchi ai neri, e al regime marxista. Anzi, non solo Noah era rimasto: aveva appoggiato la rivoluzione. Fino a diventarne, per un breve periodo, uno dei leader. E malgrado il piccolo neo delle rivoluzioni sia la tendenza a divorare i propri figli, Noah era riuscito a compiere anche un altro miracolo: a un certo punto, aveva preso le distanze dalla politica per dedicarsi solo alla carriera di scrittore. Lo aveva fatto senza che qualcuno un giorno lo convocasse in un ufficio un po’ defilato per ‘chiarire la sua posizione’. In altre parole, senza che lo facessero sparire.

Nel locale, la sera facevano della musica. Ora però era decisamente troppo presto.

“Ecco qui”, disse, porgendomi il pacchetto.

“Non avrò problemi alla dogana?”.

“Non è così prezioso”.

“Forse non per te”.

“Ma per la signora a cui lo darai…”.

“Per lei sì. Senz’altro”.

“È solo un libro”.

“Lei ama i libri. Ho ancora tempo per una passeggiata. Vuoi accompagnarmi? Mi aspetta un viaggio di venti ore”.

Il tramonto era lontano ma il traffico iniziava già a intensificarsi. Passammo davanti alla Casa di Ferro, la bizzarra costruzione progettata da Eiffel, tutto ferro imbullonato, esposto al sole implacabile dei tropici. Parlammo delle elezioni imminenti. Noah, com’è ovvio, aveva sempre appoggiato il partito al governo. Ma adesso, per la prima volta, nutriva delle perplessità. Secondo lui, dopo vent’anni, un cambiamento avrebbe giovato al sistema, a patto che avvenisse in maniera dolce. “Come nel matrimonio”, aggiunse, sfoderando il suo sorriso gentile.

“Tu sei sposato?”.

“Lo sono stato. Due volte. Ma ho mantenuto buoni rapporti con entrambe. Prima che tu me lo chieda: una era bianca, e una nera”.

“Io invece ancora niente”.

“Lo so”.

“Lo sapevi?”.

“L’ho capito. Lo si intuisce. Il matrimonio lascia delle tracce”.

“Mi piacerebbe sapere quali”.

“Allora leggi il libro, prima di darlo alla gentile signora a cui è destinato. Ne parlo in un racconto. E quando l’hai letto, scrivi per dirmi cosa ne pensi”.

Continuammo a parlare del più e del meno, avvolti dagli odori della nafta, del mare, delle jacarande. Poi rimanemmo in silenzio, anche se avrei avuto molte altre cose da chiedergli. Sia su quel paese affascinante, e tormentato, sia anche più personali. Come aveva scelto le sue due mogli, in base a quali criteri, o se erano state decisioni prese d’impulso. Come si fa a separarsi senza dolore. Come può un cambiamento essere ‘dolce’, che sia di governo o di stato civile.

Passeggiammo, fino all’incrocio dove il tassista mi aspettava. Ringraziai Noah nel mio portoghese stentato. “Stai bene”, disse lui. “Spero che quella che ti sta aspettando sia la persona giusta”.

“Da sposare?”.

“Certo. L’uomo prima o poi deve farlo. Comunque vada. Deve provarci”.

Ci abbracciammo come due persone che, pur essendosi appena conosciute, avevano entrambe intuito che, in circostanze diverse, avrebbero potuto stringere un’amicizia.

E poi basta, tempo scaduto. Ciò che dovevo fare, l’avevo fatto. Recuperando i bagagli all’ambasciata, ho salutato Carla e mi sono fatto portare all’aeroporto, nel breve tramonto australe. Ho detto addio all’Africa, anzi, arrivederci, arrivederci, a un continente che mi sembrava di poter abbracciare con uno sguardo, anche se smisurato, a una città che mi era particolarmente cara, a persone con un senso della dignità personale fortissimo, concentrate nelle loro faccende, piccoli commerci, spostamenti, chiacchiere cerimoniose. Addio all’Africa, di cui sapevo ancora così poco. Arrivederci ai suoi fuochi nelle campagne, ai suoi minibus perennemente affollati, alle ceste in equilibrio sulla testa, alle camicie sgargianti, alle ciabatte di plastica, agli uccelli colorati, ai fiori, alle chiese, alle moschee, ai pomodori, ai fagioli.

Marco Pontoni

L’anima letteraria del B&B e una somiglianza quasi imbarazzante con Il Professore della “Casa de Papel”, famosa serie tv. Giornalista, scrittore, intrattenitore, ma anche, all’occorrenza, uomo dalle mille risorse. Le parole, per lui, hanno un valore altissimo, soprattutto quando vengono date.

Indietro
Indietro

Esempi di scrittura “Raccontare i luoghi” - racconto “Dublino” da Henry J. Ginsberg (alias Marco Pontoni), Vengo via con te, Valentina Trentini editore, 2012

Avanti
Avanti

Esempi di scrittura “Raccontare i luoghi” - racconto tratto da Henry J. Ginsberg (alias Marco Pontoni), Vengo via con te, Valentina Trentini, 2012.